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Bersani a Repubblica: “Si rischia di tornare a sbattere. Il M5S? Non è destra, senza di loro ci sarebbe di peggio”

L’intervista. L’ex segretario dem Pier Luigi Bersani: “Si rischia di tornare a sbattere. Il M5S? Non è destra, senza di loro ci sarebbe di peggio”

“La lezione non è servita su lavoro, fisco e welfare bisogna svoltare a sinistra”

ROMA. Pier Luigi Bersani, ha letto Renzi su “Repubblica”? Rifare il Pd con più cuore, valori e ideali. «Ho letto, ma se il punto di partenza della sua analisi è che il referendum è stato perso a destra ”perché tanto i compagni ci sono”, cominciamo male. Il renzismo non ha capito la lezione, si rischia di tornare a sbattere». E dove è stato perso? «Nell’idea schematica e datata che per la vittoria dei Sì bisognasse fare affidamento su una fantomatica maggioranza silenziosa. Si insiste a voler inseguire un centro che non esiste più, perché il ceto medio è oggi tutto dentro la crisi. Sta cambiando la geografia dell’esclusione. Polemizzo con un’idea di sinistra che si aggrappa ancora alle gloriose parole d’ordine della fase d’avvio della globalizzazione: flessibilità, merito, eccellenze. Basta». Renzi cita il leader dei laburisti inglesi, Corbyn, per spiegare che con la sinistra-sinistra non si vincono le elezioni. «E io invece penso che Bernie Sanders avrebbe fatto meglio di Hillary Clinton negli Stati operai decisivi per eleggere Trump. La fase è cambiata, il ripiegamento della globalizzazione, che ha portato grandi conquiste, ha lasciato scorie velenose. Primo, le democrazie nazionali non padroneggiano più la finanza, l’immigrazione, la guerra e presto a queste voci bisognerà aggiungere farmaci e brevetti. Secondo, le disuguaglianze si sono fatte galoppanti non tra Paesi, ma all’interno dei Paesi. Terzo, il ciclo tecnologico ha esaurito la fase rivoluzionaria e oggi toglie lavoro. La parola d’ordine è protezione. Serve una sinistra protettiva sui suoi valori». Lei accusa Renzi di “blairismo rimasticato” ma a masticarlo è stata la sua generazione di leader della sinistra. «Errori ne sono stati fatti. Abbiamo lasciato correre l’idea che lo Stato fosse sempre sostituibile o surrogabile dal mercato. Se ora non si cambia strada, si lascerà una occasione eccezionale a una nuova destra in formazione che non è un partito, bensì un campo di idee fondato su protezionismo, sovranismo e identitarismo». Questa destra in Italia è il M5S? «I 5stelle, pur con i loro limiti, tengono in un confuso standby qualcosa che potrebbe essere peggiore. Non capisco chi esulta per il rifiuto dei liberali europei di accoglierli. Sarebbe stato un passo avanti. Attenzione a come ci si rapporta al M5S perché a bastonare il cane tutti giorni, in tanti poi prendono le parti del cane». Il populismo dei 5 stelle è spesso vicino a quello alla Trump o alla Le Pen. «Non parliamo di populismo quando sarebbe più giusto parlare di demagogia, male da cui non siamo immuni nemmeno noi. Ricorda lo slogan referendario “meno politici”? Il nostro approccio dovrebbe essere alternativo alla destra e sfidante verso i 5 stelle. Il malcontento a volte si esprime in formazioni che non sono classicamente di destra, anche se in comune hanno il messaggio anti-establishment». Il problema è che una parte di opinione pubblica considera la sinistra parte dell’establishment. «Non sono insensibile a questa osservazione. La sinistra deve parlare con l’establishment, ma con una sua visione autonoma, altrimenti si perde il confine». Confine perso anche nel rapporto con le banche? «Quando da ministro varai la portabilità dei mutui avevo fuori dalla porta le banche che urlavano.

 

STEFANO CAPPELLINI

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