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Cicchitto all’Huffington Post: Brexit, Trump, Putin: o l’Europa si sveglia o sono guai

Dobbiamo fare i conti con un autentico sconvolgimento del quadro politico internazionale; guai a far finta di niente. Dietro le “scosse” che caratterizzano il quadro internazionale (Brexit, la vittoria di Trump, il ruolo mondiale di Putin, il terrorismo islamico, le vicende siriane, irachene, libiche, la stessa crisi dell’Europa) ci sono indubbi fenomeni “strutturali” per dirla in termini marxisti.

In primis la globalizzazione non si è rivelata l’ennesimo “trionfo dell’Occidente” come avevano previsto sia i teorici liberisti per esaltarla, sia i teorici neomarxisti per demonizzarla, ma invece ha posto gravi problemi all’Europa e agli stessi Stati Uniti (ed è stata un componente, non la sola, della vittoria di Trump). Invece la Cina e l’India sono diventati dei protagonisti della globalizzazione.

Ciò ha avuto aspetti positivi e negativi. Gli aspetti positivi sono rappresentati dal fatto che milioni di persone sono uscite dalla fame e dalla povertà. Il lato negativo è costituito dal fatto che la Cina è un ircocervo, uno stato ultracomunista (tuttora totalitario e illiberale), e un’economia ultra-capitalista che non rispetta certo le regole del mercato (dumping, copiatura delle tecnologie altrui, enormi mezzi finanziari, bassi salari, spostamento quasi forzato della sua manodopera in altri paesi).

Questa nazione, insieme ultra-capitalista e ultracomunista, svolge un’aggressiva politica imperiale e di potenza nel Mar della Cina e una ancor più un’aggressiva politica commerciale (e per questo Trump ha dato voce all’insofferenza di settori imprenditoriali e operai degli Usa). A fronte di tutto ciò c’è stato negli anni duemila il fallimento sul terreno della politica internazionale, per opposte ragioni, di due presidenze Usa, quella di Bush jr e quella di Obama.

In primis, dopo il crollo del comunismo, gli Usa nel complesso non si sono accorti che stava crescendo una contestazione globale di tipo nuovo, quella costituita dal terrorismo islamico che non è terrorismo puro, semplice e brutale, ma è sorretto da una “dottrina”, da un'”ideologia”, da una versione estrema dell’Islam. “Ci stavano facendo la guerra e non ce ne siamo accorti” disse Condoleezza Rice.

L’11 settembre del 2001 c’è stata la moderna Pearl Harbour degli Usa. Bush jr ha creduto di coprire questo vuoto con un interventismo spinto (in primis Afghanistan e poi Iraq) che era anche per larga parte sbagliato, perché in Iraq esso è arrivato a sciogliere l’esercito di Saddam Hussein e il partito baathista, a consegnare il potere agli sciiti e quindi a provocare l’impazzimento dei sunniti che a loro volta hanno reagito prima con il terrorismo parcellizzato e poi con quello “statuale” territoriale di Isis o Daesh.

Obama è andato al governo per smantellare tutto ciò. Prima di farlo, però, ha dato retta a Hillary Clinton e a Sarkozy sulla Libia: un’autentica catastrofe. Dopodiché Obama ha iniziato una disordinata ritirata dall’Iraq e dall’Afghanistan che ha prodotto tali danni da dover essere arrestata con contraddizioni laceranti.

Poi nel 2013, sottovalutandolo, ha dato retta a Putin e non è intervenuto militarmente in Siria, determinando un vuoto che è stato immediatamente riempito proprio del leader russo. Nei confronti di Putin i democratici americani hanno oscillato fra due estremi, quello di un appeasement subalterno e quello di eccessi di aggressività.

Putin, però, va capito a fondo e non valgono a spiegarlo le versioni angelicate che ne vengono fornite da alcuni, in primis da Berlusconi (“La Russia è uno stato democratico di tipo occidentale”). Putin guida con il pugno di ferro il suo paese e nel contempo è ispirato da una dottrina geopolitica, quella dell’Eurasia, della “terza Roma” che affonda più nella cultura zarista che in quella comunista, ma che comunque si fonda su una versione imperiale della grande Russia che vuole giocare alla pari con gli Usa come grande potenza.

Questa potenza apre contenziosi nel Nord Europa – dall’Ucraina, alla Crimea, alla pressione sugli stati baltici – e adesso anche nel Medio Oriente, dalla Siria alla Libia. La forza di Putin sta nel fatto che egli combina spregiudicatamente l’azione militare e la manovra diplomatica (che senza la prima non “pesa”).

 

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