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MASSIMILIANO BUZZANCA, A tu per tu, l’attore si racconta a Vero «ESSERE FIGLIO DI UN MOSTRO SACRO COME MIO PADRE È STATO UN FARDELLO»

Oltre che attore, Massimiliano Buzzanca è anche scrittore, il suo romanzo. Intitolato:“Che cinema la vita. È iniziato tutto cosi” (Male Edizioni di MONICA MACCHIONI), mentre firma una copia al padre. «Parla di un uomo, Simone, che una notte riceve una telefonata che gli cambierà la vita.

Roma – 4 Novembre

Che cinema la vita! E quella di Massimiliano Buzzanca lo è davvero. Figlio del grande Lando, re della commedia sexy anni Settanta, è oggi attore e regista affermato. Eppure ha provato a esorcizzare questa sua passione dedicandosi ad altro per ben undici anni, fino a quando il richiamo del palcoscenico è diventato prepotente. «Essere figlio d’arte non ha mai influenzato le mie scelte, o forse lo ha fatto, ma al contrario», racconta Buzzanca, «il richiamo a questo mestiere è stato naturale, ma tengo a precisa-re che mio padre non ha mai voluto che facessi l’attore e io, non a caso, per 11 anni ho fatto l’avvocato», dice l’artista.

Hai esercitato la professione di avvocato fino al 2001. Poi che cosa è accaduto?
«Ho capito che non è mai stato il mio mestiere. L’ho fatto perché avevo un debito d’onore con i miei genitori che desideravano che almeno uno dei loro figli finisse l’università e facesse un lavoro “normale”. Mio fratello a sedici anni è andato via di casa: è diventato gioielliere e ha iniziato a gira-re il inondo per affinare la sua arte. Così ho deciso di realizzare io il loro sogno. Ma dopo undici anni quel sogno iniziava a starmi stretto: ho capito che, in realtà, stavo solo recitando un ruolo che non era il mio, “interpretavo” un avvocato. È stato allora che ho scelto di riappropriarmi della mia vita e seguire la mia passione».

È stato difficile farlo, essendo “figlio di”?
«Essere figlio di un mostro sacro come mio padre è stato un fardello difficile da portare. Se hai la fortuna, o la sfortuna, di portare un cognome impor-tante, devi tenere presente che tutti, inevitabilmente, faranno un confronto con tuo padre. Ma noi abbiamo due approcci totalmente differenti alla recitazione: abbiamo anche fatto una scena insieme e le differenze tra di noi erano evidenti. C’è però un’altra cosa cui i “figli di” devono far fronte: quando mi presento ai provini alcuni si sentono in soggezione per il nome che porto, altri invece, forse per dimostrare di non esserlo, ti trattano in maniera… cattivella! È per questo che chiedo sempre di essere trattato come un Mario Rossi qualunque».

Che cosa hai ereditato da tuo padre, caratterialmente parlando?
«Grinta, tenacia, applicazione allo studio, umiltà, amore per questo mestiere».

Lando è stato il re della commedia sexy all’italiana. Questa cosa ti ha in qualche modo inibito?
«Ero troppo piccolo per rendermene conto e quando sono cresciuto ormai ci avevo fatto il callo. Ma forse mio fratello, che a quei tempi era in piena adolescenza, ha subito più conseguenze o, comunque, l’ha vissuta in maniera differente. Quando mio padre era il re del-la commedia sexy all’italiana, io avevo 7-8 anni: non avevo ben chiaro cosa fosse il sesso e per me le donne erano solo un elemento che ostacolava le mie partitene a pallone!».

E oggi, invece, che cosa sono le donne per te?
«La donna è la natura, l’elemento fondamentale della vita. La mia donna. Raffaella, è l’unico motivo che mi spinge a svegliarmi la mattina col sorriso sulle labbra e l’ultimo pensiero che mi accompagna prima di dormire».

Che bella dichiarazione d’amore! Sei un romantico?
«No, ho un mio modo molto giocherellone di esserlo».

A Raffaella hai dedicato il romanzo Che cinema la vita. È iniziato tutto così (pubblicato per la Male Edizioni di MONICA MACCHIONI). Ce ne parli?
«Ho conosciuto la mia compagna nel 2012 e ho iniziato a scrivere questo libro perché volevo fare un omaggio al mio amore. Ma mi sono fermato perché in realtà non sapevo cosa raccontare. Dopo un paio d’anni lei ha iniziato a scrivere un romanzo (Azzurro ma non troppo) ed è scattata una sorta di competizione bonaria. Il mio libro voleva essere un viaggio-metafisico sul mio incontro con Raffaella perché noi, in realtà, ci eravamo già visti 15 anni prima, ma non ci siamo riconosciuti come coppia. Dopo 15 anni ci siamo incontrati di nuovo e innamorati. È quello che, con altri toni, racconto nel romanzo».

Di che cosa parla?
«Di un uomo, Simone, che una notte riceve una telefonata che cambierà la sua vita. Crede di dover andare a salvare un’amica in difficoltà ma in realtà incontra una donna bellissima di cui si innamora continua all’istante. Quella notte, però, viene rapito e vive una serie di peripezie: si troverà a combattere in Afghanistan, affronterà pericoli e avventure con l’unico scopo di tornare lì dove aveva incontrato quella donna. È scritto in maniera ironica, è una sorta di storia d’azione, ma molto brillante».

Ci sono considerazioni politiche e religiose alla base del tuo romanzo?
«Sì, ma in maniera ironica. Penso che sia tutto relativo, anche la guerra. Quando le forze italiane vanno in Afghanistan, tecnicamente si tratta di soldati cristiani che vanno in un Paese musulmano. In qualche modo, quindi, sono considerati terroristi. Certo, i nostri militari non fanno azioni di guerra e arrivano in quel Paese su mandato legittimo dei governi, ma quando un soldato italiano uccide un terrorista islamico, per quanto da noi venga considerato un eroe, dall’altra parte è visto come un terrorista. La mia riflessione è quindi molto semplice: tutto è relativo. Noi non guardiamo le cose a 360 gradi, ma ci focalizziamo sul nostro punto di vista».

A Raffaella è piaciuto il libro?
«Si, moltissimo. Ha ritrovato molto di me in Simone, il protagonista: quel modo sognante e disincantato di attraversare le difficoltà e affrontare la vita, il suo prendere le cose cosi come vengono, senza valutare i rischi che si corrono».

Lontano dai riflettori che persona sei?
«Sono un caciarone che ama ridere e scherzare. Non riesco a fare un discorso troppo serio: alla terza frase mi scappa la battuta! Mi piace l’ironia, mi piace stare in un ambiente sereno e goliardico».

C’è il matrimonio nei tuoi piani?
«Né io né Raffaella ci abbiamo mai pensato. L’idea, per il momento, non ci sfiora minimamente, anche perché non riusciamo a organizzare le vacanze senza imprevisti, figuriamoci un matrimonio. Stiamo bene così e io la presento già come mia moglie, non ci serve un pezzo di carta per sentirci sposati. Ma chissà, magari un giorno decideremo all’improvviso, andremo in Comune e ci sposeremo!».

Un figlio vostro, invece?
«Lei ne ha due, che amo molto. Un figlio nostro sarebbe nei piani, ma non è così semplice. Io però ci provo tutte le sere, quindi chissà!».

di Sonia Russo

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