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Regimenti a Giallo: “Pino Daniele si poteva Salvare”

IN ESCLUSIVA ASSOLUTA LA PERIZIA MEDICO LEGALE DISPOSTA DAL TRIBUNALE DI ROMA

A tre anni dalla della morte del grande cantautore Pino Daniele, il settimanale Giallo pubblica in esclusiva assoluta la perizia medico legale disposta dal Tribunale di Roma per accertare le cause del decesso ed eventuali omissioni di soccorso. Per la famiglia del cantante e per la consulente dei Daniele, Luisa Regimenti, Pino si poteva salvare se non ci fosse stato il macroscopico ritardo di 4 ore dall’occlusione del bypass. Era la sera del 4 gennaio 2015 quando Pino Daniele si sente male nella sua villa vicino Grosseto. La compagna Amanda Bonini si consulta con il cardiologo e, anziché portare l’artista all’ospedale più vicino, lo carica in macchina e parte verso Roma, in una folle corsa a 280 all’ora sull’autostrada. All’arrivo al Sant’Eugenio i medici rilevano “assenza di attività cardiaca e respiratoria, cianosi a mantellina, midriasi fissa, riflesso corneale assente. Asistolia al monitor”. A nulla valgono i tentativi di rianimarlo e alle 22.45 viene constatato il decesso. La perizia medico legale ha accertato che la causa della morte è stato lo“shock cardiogeno in soggetto affetto da cardiomiopatia dilatativa post-ischemica, coronaropatico e sottoposto ad intervento di by-pass aorto-coronarico, iperteso”. Una situazione clinica, quella di Pino Daniele, “non suscettibile di miglioramento attraverso ulteriori interventi di rivascolarizzazione ma viceversa destinata ad un progressivo peggioramento nel tempo ed accentuata dalla presenza di multipli fattori di rischio cardiovascolare”. Il pool di esperti ha sottolineato come “la decisione del Daniele di volersi far trasportare a Roma non sia stata scevra di rischi. Infatti, il trattamento dello shock cardiogeno si basa su una serie di interventi terapeutici che per la maggior parte possono essere messi in atto da personale qualificato anche con minima disponibilità di risorse. Inoltre, proprio per il descritto meccanismo di circolo vizioso, la loro efficacia ultima in larga misura dipende proprio dalla tempestività di intervento, prima che la situazione divenga non più recuperabile. Certamente, all’arrivo dei soccorritori con ambulanza “medicalizzata”, sarebbe stato possibile mettere in atto immediatamente una serie di interventi volti a sostenere la situazione emodinamica e migliorarla, e se possibile identificare eventuali situazioni sottostanti (es. aritmie, ischemia franca) potenzialmente correggibili”. Scrivono ancora i medici: “La scelta di ricorrere alle cure dell’Ospedale S.Eugenio in Roma ha privato il Daniele della possibilità di giovarsi di opportunità terapeutiche in modo tempestivo (considerando una latenza temporale di circa 1 ora in merito alla effettività di inizio terapia)”. A peggiorare ancor più il quadro, il fatto che Pino sia stato trasportato in auto, quindi seduto anziché sdraiato. Si legge nell’articolo su Giallo firmato da Rita Cavallaro: “In condizioni di bassa portata, per gli ovvi motivi legati alla gravità e alla relativa immobilità della posizione assunta, ciò ha determinato un accumulo di sangue nelle zone declivi (arti inferiori, pelvi), con ulteriore diminuzione della portata sistemica, ed una ulteriore diminuzione della perfezione agli organi disposti più in alto (cuore e cervello)”. Dunque la difficoltà cardiocircolatoria di Pino Daniele è stata ulteriormente peggiorata dal viaggio in auto e dalla mancata tempestività degli interventi. Per il pm senza quel viaggio tutto si sarebbe risolto e per questo i familiari chiedono che si faccia luce su una morte avvolta ancora nell’ombra.

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