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Cicchitto: Caso Moro, il gelido Andreotti, l’irresoluto Zaccagnini, il colto Galloni

Fabrizio Cicchitto (Civica Popolare) dalle pagine de IL Dubbio:

E’ inutile tergiversare: qualche ora dopo che Moro era stato rapito e la sua scorta massacrata il gruppo dirigente del PCI al completo, il gelido Andreotti, l’irresoluto Zaccagnini, il coltissimo Giovanni Galloni lo diedero per morto e si attestarono tutti sulla linea della più assoluta fermezza. Ma la teoria della fermezza coprì una prassi fondata sull’inerzia. Questa inerzia è tanto più evidente se si fa il paragone con quello che fu fatto successivamente per liberare il generale Dozier: con il permesso del governo si ricorse alla tortura e tramite stringenti interrogatori fu indentificato il covo e i Nocs intervennero senza spargimenti di sangue. Nulla di tutto ciò avvenne durante la detenzione di Moro. Però quello che non si aspettavano il gruppo dirigente del PCI, il gelido Andreotti, il ministro degli Interni Cossiga, i dirigenti morotei della DC era che Moro rompesse il silenzio e cercasse disperatamente di salvarsi inviando lettere di straordinaria forza politica e morale. Fu di fronte all’appello sconvolgente contenuto in quelle lettere che Craxi decise di muoversi e di rompere l’omertà del ceto politico dell’arco costituzionale.
Ho fatto l’errore di non partecipare alla Commissione presieduta da Fioroni per cui è possibile che la cosa mi sia sfuggita, ma non mi risulta che essa abbia mai invitato il presidente Prodi a riferire. Nessuna persona di buon senso può ancora credere che fu una seduta spiritica quella che diede il nome esattissimo di Gradoli: a tanti anni di distanza Prodi potrebbe finalmente dire chi gli diede quell’indicazione. La cosa più incredibile però fu l’uso, o meglio il non uso di quella indicazione che avrebbe consentito di intervenire fin dall’inizio su un covo di straordinaria importanza. Invece tutto l’apparato poliziesco si precipitò in un paesino del viterbese: idiozia o volontà di guardare da un’altra parte?

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