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Schifani (FI) a Repubblica: “Se Matteo dice no alla candidatura di Romani la nostra alleanza è a rischio”

Così Renato Schifani (Forza Italia ex presidente del Senato) dalle pagine di Repubblica:

Il veto del M5S alla vostra candidatura al Senato, quella di Paolo Romani, complica la partita. Renato Schifani, ex presidente proprio a Palazzo Madama, è così «Sicuramente la complica, perché non accettiamo veti su vicende superate e penalmente quasi irrilevanti, per di più ancora sub iudice, dalle quali emerge la totale assenza di dolo. La figura di Paolo Romani è di tutto rispetto, merita attenzione, anche perché gode di grande stima da parte di tutti i gruppi parlamentari. Mi viene un sospetto». Quale? «Come mai Di Maio nel bel mezzo di un sabato pomeriggio lancia questa fatwa contro chi è condannato e indagato?» Vi sembra strumentale? Che non sia solo farina del grillino? «Beh, diciamo che qualcosa non torna. Le scelte politiche non si fanno con i veti, una figura di alto profilo istituzionale la si seleziona attraverso criteri di competenza, affidabilità e credibilità. E Paolo Romani soddisfa appieno tutti i requisiti: resta il nostro candidato». Avreste i numeri per eleggerlo dalla quarta votazione. Salvini dovrà decidere, o con voi o col M5S? «Salvini deve dar prova di voler essere il leader del centrodestra. Per tanti anni sono stato al fianco di Berlusconi e l’ho visto compiere a volte passi indietro immolando Fi sull’altare dell’unità dell’alleanza. Questo vuol dire esercitare la leadership». Se il leghista invece rompesse con voi? Sarebbero a rischio le giunte regionali, come dice Maroni? «È un rischio. Vedremo quel che accadrà già con l’elezione del presidente del Senato. Se giocasse in proprio, certo, si renderebbe protagonista di una rottura che non resterebbe priva di conseguenze. Ma non accadrà». Berlusconi lavora a un governo di larghe intese, Pd incluso, sostiene sempre Maroni. È vero? «L’obiettivo del presidente Berlusconi è dare governabilità al Paese, con la coalizione e il programma che hanno vinto le elezioni». Se non avrete i numeri in Parlamento, come sembra oggi? «Allora tutto tornerà nelle mani del capo dello Stato e alle sue scelte ci rimetteremo. Se ci sarà un chiaro richiamo del presidente Mattarella, nell’interesse del Paese, noi saremo responsabili. È sotto gli occhi di tutti che il debito pubblico è aumentato, che il Paese sta male, che il Sud vota M5S per un disagio sociale crescente. Serve un governo stabile e, appunto, responsabile». Col Pd. «Se il Pd dovesse condividere la nostra base programmatica, se davvero non si ritirasse sull’Aventino, si potrebbe pensare a un suo sostegno. Magari esterno, magari limitato a provvedimenti ben definiti». L’alternativa sarebbe il ritorno al voto. Salvini dice di non temerlo: punta all’Opa finale su Fi? «Quando si sta in una coalizione, non si lavora per schiacciare l’alleato». Lei al governo Salvini-Di Maio non crede? Magari per cambiare la legge elettorale in 8 giorni, come dice il leghista. «Governo su che basi? I nostri programmi sono contrapposti. Per modificare le regole del gioco poi servono commissioni parlamentari permanenti, un governo in carica, un iter parlamentare articolato. Occorrono mesi. Non basta la fretta di qualcuno». I 5S hanno fretta invece di cancellare subito i vitalizi. «È sbagliato rivendicare un ramo del Parlamento per attuare il proprio programma. Presiedere implica essere garanti di tutti, in particolare delle minoranze, arbitri e non giocatori. Per Di Maio e i suoi, questo sarebbe un pessimo viatico».

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