MM Notizie Renata Polverini 

Polverini (FI): Caro Travaglio, io esponente di destra dico: nella vita non esiste solo la galera…

Renata Polverini (Forza Italia) a IL DUBBIO:

Caro direttore, con un ardito sillogismo a scoppio ritardato Marco Travaglio- su Il Fatto di domenica – stravolge il senso e gli “effetti” (assai improbabili) della riforma carceraria, per attribuire la sconfitta (?) del centrodestra nelle “urne” ai presunti effetti “svuota carceri” (sic!) del decreto appena varato dal governo. Basterebbe leggere l’appello a Gentiloni affinché varasse il provvedimento – predisposto dal Parlamento dopo cinque anni di lavoro – sottoscritto da eminenti giuristi, magistrati, avvocati, addetti ai lavori, per capire che le tragi/comiche affermazioni del giornalista sono completamente destituite di fondamento.
Nella modalità di “Gennaro di Sapio”, indimenticabile Commissario di Polizia della “QdN” (Questura di Napoli) nel film di Totò, “I Ladri” – tanto per adeguarci ai consueti riferimenti culturali del direttore de Il Fatto – Travaglio lamenta la fuoriuscita a breve dalle patrie galere di spacciatori, mafiosi e terroristi, l’insensibilità della politica rispetto alle vittime dei reati più odiosi, la riduzione occulta delle pene anzi, praticamente la scomparsa delle stesse visto che il novanta per cento dei condannati – secondo il nostro – eviterebbe “statisticamente” di finire in galera, la vittoria della “pseudocultura di sinistra” sulla “diseducatività del carcere” e via delirando, in un crescendo rossiniano che se davvero funzionasse il progetto “Red Button” della Polizia Postale sulle fakenews, Il Fatto rischierebbe quantomeno un’indagine. Ma dicevamo dell’appello; in esso è contenuto il motivo principale per cui l’esecuzione della penanon può e non deve mai intaccare la dignità della persona umana e, soprattutto, deve essere sempre rivolta al recupero di chi ha sbagliato senza afflittività accessorie, così come recita la nostra Costituzione.
“La riforma rappresenta niente più che il rifiuto, ideale prima ancora che giuridico, di presunzioni legali di irrecuperabilità sociale, dal momento che nessuna pena deve rimanere per sempre indifferente all’evoluzione personale del condannato, ed affida alla magistratura, cui per legge è assegnata istituzionalmente la realizzazione del finalismo rieducativo dell’art. 27 della Costituzione – la magistratura di Sorveglianza – la piena valutazione sulla meritevolezza delle misure alternative e il bilanciamento degli interessi di gioco”.
Ma c’è di più: gli 2automatismi” che Travaglio attribuisce alla riforma dell’ordinamento penitenziario vengono aboliti – non incentivati! – dal provvedimento varato, tanto che oggi spetta al Giudice di Sorveglianza stabilire, caso per caso, se il percorso seguito dal detenuto merita o meno di essere giudicato positivamente dando seguito alle misure alternative alla pena. Dopodiché mi sembra assurdo contestare, come fa il direttore de Il Fatto, la statistica sulla recidiva che dimostra, invece, l’importanza fondamentale della rieducazione e della messa in prova al punto che, a fronte di un sessanta per cento di recidiva tra i detenuti che non accedono a questi “benefici” (ma dovremmo parlare di opportunità), si registra una percentuale del diciannove per cento per coloro che hanno usufruito di misure alternative e addirittura dell’uno per cento soltanto per quanti hanno avuto la fortuna di rientrare in un circuito produttivo.
Questi sono i “risultati” che interessano agli italiano e in particolare all’elettorato del centrodestra che invoca, e non ci voleva Travaglio a ricordarlo, più sicurezza senza pensare al carcere come ad una discarica sociale.
A quanti – pure da “destra” – reclamano misure forcaiole e manettare, vorrei in conclusione rammentare che dalle nostre parti ha dignità d cittadinanza una solida e onorata tradizione “garantista” che, senza andare con la memoria a grandi avvocati e giuristi del passato, ha trovato validi interpreti in colleghi parlamentari come Alberto Simeone e Enzo Fragalà: due persone straordinarie che dovremmo ricordare più spesso e della cui improvvisa e traumatica mancanza soffriamo politicamente e umanamente.

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