MM Notizie Romana Liuzzo 

Liuzzo, Presidente Fondazione Guido Carli a ITALIA OGGI: Carli immaginava una Ue diversa.

Firmò il Trattato citando Seneca: gran parte del progresso sta nella volontà di progredire

Romana Liuzzo, Presidente Fondazione Guido Carli a ITALIA OGGI: Carli immaginava una Ue diversa. Non di soli numeri ma attenta alla gente in carne e ossa

Quando dicono paradiso fiscale, penso a quelle piccole isolette del Mar dei Caraibi, con palme e sabbia bianca. Ma, forse, è tempo di aggiornare questo luogo comune. Il commissario europeo per gli affari economici Pierre Moscovici ha recentemente rilevato la presenza di otto paradisi fiscali nel mercato interno europeo. Sono partner dell’Ue, praticano aliquote tanto convenienti per le multinazionali quanto sleali nei confronti degli altri Stati membri dell’Unione europea.
È difficile immaginare che Guido Carli, mio nonno, avesse in mente questo tipo di Europa quando, da ministro del Tesoro, firmò il trattato di Maastricht. Era il 7 febbraio 1992. Sembra ieri. Ho ricordi vividi di quei giorni. Li ho vissuti attraverso gli occhi di un uomo che era consapevole di accompagnare per mano il suo paese, l’Italia, nel passaggio da un’era all’altra. Ero molto curiosa al riguardo. Aspettavo che nonno rientrasse dalle sue infinite giornate di lavoro per riempirlo di domande, a cena e anche dopo, accoccolata ai piedi del suo letto. I sacrifici del momento, mi spiegava, sarebbero stati ripagati col tempo: «L’Europa era un dono per le future generazioni». In questi giorni ricorre l’anniversario della nascita di Guido Carli. Lo ricorderemo il 10 maggio, nella Sala della Regina della Camera, quando la Fondazione Guido Carli, di cui sono ideatrice e presidente, attribuirà l’omonimo premio, arrivato alla nona edizione, a 14 eccellenze italiane. La nostra non è un’operazione nostalgia. Ci muove il dovere di preservare la memoria. E di trasmettere alle nuove generazioni gli insegnamenti, ancora attualissimi, di Guido Carli, il suo credo economico, il suo stile nelle istituzioni, il suo ruolo nel processo di integrazione europea.  Mio nonno fu un europeista illuminato. Vide nella programmazione al 1999 della moneta unica un’opportunità rivoluzionaria. L’Italia era la settima potenza industriale, ma le istituzioni non erano ancora al passo. L’adesione all’Europa e ai suoi parametri ci avrebbe garantito, spiegava, quella «virtuosità di comportamenti che non eravamo capaci di sviluppare da soli». Oggi il tema centrale è lo sforamento del 3% nel rapporto tra deficit e pil. Mio nonno non era un dogmatico del rigore. Era un uomo realista. Le regole dovevano avere un valore pedagogico, mai punitivo. La sua grande lezione, ancora attuale, è che per chiedere flessibilità all’Europa bisogna avere la credibilità per farlo. Guido Carli godeva di un rispetto unanime nelle cancellerie e nel mondo accademico. Parlava l’inglese, il tedesco, il francese, lo spagnolo e si impegnava a perfezionare il russo leggendo Tolstoj in lingua originale. Eppure non era di quei professoroni impettiti con la penna rossa e gli occhialini sulla punta del naso. Ai pranzi in famiglia ci scherzava su: «Gli economisti», diceva  «sono bravi a interpretare il passato e il presente, un po’ meno a predire il futuro». Mio nonno, facendo leva sul suo prestigio internazionale, ottenne che l’Italia fosse accettata nel club del futuro euro nonostante il debito pubblico sforasse, e di molto, il limite del 60% del pil. Chiese ai partner europei un’applicazione dinamica di quel parametro e l’ottenne. L’Europa, per lui, non era numeri, ma persone in carne e ossa. Con desideri, aspirazioni, sogni, voglia di benessere. Tornando dai Paesi Bassi, brindò alla firma del Trattato citando Seneca: «Gran parte del progresso sta nella volontà di progredire». Sono trascorsi 26 anni. E, oggi, l’Europa dei ragionieri sembra aver preso il sopravvento. Abbiamo una Ue che non sanziona chi pratica aliquote da paradiso fiscale, che arranca nell’armonizzazione del mercato del lavoro, che non riesce neanche ad assegnare la nuova sede dell’Agenzia del farmaco con criterio meritocratico, ma ricorre al sorteggio. Ed è di nuovo emergenza spread, non intendendo il differenziale tra i rendimenti sui titoli di Stato, ma il gap tra l’Europa attuale e il sogno dei fondatori. Mio nonno, nei nostri incontri nel suo studio di via Due Macelli a Roma, mi raccontava l’esempio di Luigi Einaudi: «Formulò le idee che poi presero corpo a Maastricht quando ancora si combatteva nelle trincee della prima guerra mondiale. La pace in Europa sarebbe stata reale e duratura solo organizzando il vecchio continente secondo un modello federalista». Oggi l’Europa ha una sola moneta, ma non un’unica voce. Poche volte decidono la Commissione o il Consiglio, troppo spesso prevale l’asse franco-tedesco. Che fa gli interessi di due sole economie, a discapito delle altre. Guido Carli aveva previsto anche questo. Ammonendo gli Stati a non scivolare nei nazionalismi, perché una deriva del genere ci avrebbe riportati agli Anni Trenta. Con le conseguenze devastanti che non dovremmo mai dimenticare. La soluzione oggi non è tornare al passato, ma riprendersi il futuro. Ripartendo dagli ideali di quei lucidi folli che immaginarono l’Europa unita. La Fondazione Guido Carli, in tal senso, darà il suo contributo perché non vadano dispersi gli insegnamenti di un europeista convinto, mio nonno.

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