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L’INTERVISTA VITTORIO SGARBI a IL_GIORNALE

«Il mio nuovo Parlamento sempre un po’ ammuffito» Il ritorno del critico, eletto per la prima volta alla Camera nel ’92. «I grillini? Hanno abiti curiali e non mi salutano»

di Mariateresa Conti

Dalla Prima alla Quarta Repubblica, quella di oggi. Da un Parlamento poi passato alla storia come il parlamento degli inquisiti, quello eletto nella primavera del 1992, dove a fare la parte del leone era la Democrazia cristiana, ad un parlamento con un 65% di new entry, per lo più giovani del Movimento Cinque Stelle. Due mondi, due modi anche di fare politica radicalmente diversi. Vittorio Sgarbi, critico d’arte, scrittore, opinionista, volto celebre della tv e molto altro, ha anche un lungo cursus honorum politico e soprattutto da deputato. Adesso è tornato a Montecitorio dopo 12 anni. Ma di legislature, a 66 anni, ne ha fatte ben cinque, dal 1992, quando è stato eletto per la prima volta nelle file di un partito che come partito non c’è più, il Pli dell’ex ministro Francesco De Lorenzo, fino ad oggi, rieletto con Forza Italia grazie al proporzionale, il sistema elettorale che era in vigore nel 1992. Cinque legislature, tre gruppi parlamentari – quello del Pli, il primo, e poi Forza Italia e il gruppo misto – una puntata anche da eurodeputato. Adesso non era a Montecitorio dal 2006. Onorevole Sgarbi, come è stato l’impatto del ritorno in Parlamento dopo 12 anni? «È un po’ come ritrovarsi a scuola. Con tanti ragazzi, molti nuovi, divisi in sezioni». E in questo Parlamento ha trovato sezioni che già conosceva ma anche sezioni nuove… «Sì, ci sono i riconoscenti di Forza Italia, quelli del Pd cordiali, i leghisti…» E i grillini? È la prima volta che li incrocia in Parlamento, visto che nel 2006 non erano ancora rappresentati, anzi non esistevano. «Quelli li riconosci subito. Abiti curiali e se mi incrociano abbassano subito gli occhi e guardano dall’altra parte, da Di Maio a tutti gli altri. Quando vedo qualcuno che si comporta in questo modo quello è un grillino». Che effetto le ha fatto ritrovarsi, ormai da veterano, nel Parlamento dei grillini? «Non ho un’antipatia personale nei confronti dei singoli parlamentari del Movimento Cinque stelle. Sono giovani che hanno trovato una scorciatoia per arrivare nel palazzo, scorciatoia che magari attraverso i partiti tradizionali non avrebbero trovato. Quello che mi appare intollerabile è il fanatismo di setta che contagia tutti. Persino qualcuno che già conosco…» Conosceva già qualcuno dei nuovi deputati a Cinque stelle? «L’assistente del mio produttore Corvino, Alessandra Carbonaro. Lui è dei Cinque stelle, e lei è stata eletta deputata adesso nel M5s». Vi siete incontrati al debutto in Parlamento? «Si, certo, ci siamo incrociati. E anche lei il primo giorno ha girato lo sguardo, anche se poi ci siamo parlati. Lavorava con noi, la conosco. Ma ormai è votata alla causa, è una specie di suora della setta a Cinque stelle. È questo fanatismo che è intollerabile. E anche pericoloso». Ancora avete lavorato pochissimo. Ma che impressione ha avuto di questo Parlamento della legislatura numero XVIII? «Sarà un Parlamento che farà ben poco, e credo che torneremo a votare presto. Io intanto mi sono organizzato e dopo essermi dimesso da assessore alla Cultura della Regione siciliana adesso sono candidato a sindaco di Sutri (Viterbo). Durerà poco e farà poco questo Parlamento». Torniamo indietro nel tempo e partiamo dal 1992, l’anno della sua prima elezione alla Camera. Come ricorda quel debutto politico? «Mah, ero giovane. Non ho memorie particolari, ho ricordi abbastanza sfocati di quel periodo». Quel Parlamento fu l’ultimo della Prima Repubblica. Passò alla storia come il Parlamento degli inquisiti dopo l’ondata di Tangentopoli che trascinò i vecchi partiti. «Sì, arrivarono le inchieste, nacque anche il dipietrismo. I parlamentari non avevano potere, erano cellule di poteri che erano altrove». Oggi è diverso? «Non vedo differenze particolari da questo punto di vista, ho sempre avuto la sensazione che il Parlamento sia un’istituzione un po’ ammuffita, allora come oggi». E dal punto di vista culturale? Più colti i deputati del passato o quello di oggi? «Quelli del passato, credo. Ma anche tra questi giovani, tra questa gente non eletta e senza precedenti esperienze che si è ritrovata candidata e che adesso è arrivata in Parlamento può esserci qualcosa. Vedremo come si muoveranno». Personaggi di ieri che adesso al suo ritorno in Aula ha ritrovato con piacere? «Casini, ma lui è al Senato, non alla Camera. E poi Delrio, Fiano del Pd…». Dall’Aula al palazzo di Montecitorio. Cosa è cambiato in tanti anni? «Poco o nulla, i rituali sono gli stessi». E la buvette? Le misure antisprechi hanno ridotto la qualità del servizio? «La buvette aveva senso quando faceva il tè freddo vero, cioè il vero tè filtrato e poi lasciato raffreddare, non quello in bottiglia precofenzionato già pronto che viene servito adesso». Ma non è cambiato proprio nulla in oltre 20 anni? Neppure qualche rito? «Mi manca il rito dell’ovolino ferroviario. Quando sono entrato in Parlamento per la prima volta c’era ancora. Era una specie di tesserina magnetica di forma ovale che conteneva tutti i dati del parlamentare e che poteva essere usata per i viaggi in treno o sui mezzi pubblici a Roma. Al di là dell’uso era proprio un simbolo di status del parlamentare. Una caratteristica che ormai si è persa. E sempre per quanto riguarda i treni mi manca una prerogativa che però era dei senatori, il vagone riservato del Senato che veniva agganciato ai treni. Fu eliminato per il suo uso sconsiderato». Lei ha attraversato cinque legislature, e dunque ha avuto diversi presidenti della Camera. Qual è quello che ricorda con maggiore simpatia? «Si, diversi, a cominciare da Nilde Iotti nel ’92. Mah, il migliore per me direi Luciano Violante». Luciano Violante? Ma non avete avuto uno storico scontro proprio con lui… «Si, ma quando era deputato. Come presidente della Camera è diverso. Mi aiutò ad acquistare molte opere d’arte per soddisfare le richieste dei musei. Lo ricordo davvero con simpatia». Lei in Parlamento ha visto nascere il dipietrismo e oggi si ritrova nel Parlamento dei grillini. Che analogie ci sono tra l’Italia dei valori di Di Pietro e il Movimento Cinque stelle di Grillo? «Ho dovuto combattere per anni con Di Pietro, mettendo anche a rischio la mia popolarità. Quindici anni di battaglie e di scontri, anche pesantissimi. Il Movimento Cinque stelle, col giustizialismo e il culto di magistrati come Di Matteo hanno ripristinato la parte giustizialista dei dipietristi». Insomma, è passato da Di Pietro a Di Maio in questi 26 anni dal 1992 al 2018… «E già, è così, da Di Pietro a Di Maio. Con Di Pietro ho combattuto 15 anni. Di Maio spero che duri pochi mesi».

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