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Su Huffington Post, Fabrizio Cicchitto Riformismo e Libertà: Arlecchino premier, servitore di due padroni

https://www.huffingtonpost.it/fabrizio-cicchitto/arlecchino-premier-servitore-di-due-padroni_a_23434857/

La vicenda della formazione del governo Movimento 5 Stelle-Lega da drammatica sta diventando grottesca. In primo luogo emerge che su tutta una serie di questioni di merito non c’è accordo per la “contraddizion che nol consente” fra un partito di estrema destra quale è diventata la Lega che ha una sua coerenza interna, e un movimento insieme autoritario, populista e demagogico che contiene insieme elementi di destra e di sinistra: di conseguenza sono tutt’ora aperte una serie di questioni decisive, come l’immigrazione, la sicurezza, le infrastrutture, la giustizia, la scelta su TAV e sulla vita o la morte dell’ILVA.

Sul resto (reddito di cittadinanza, legge Fornero, flat tax, IVA) abbiamo capito come hanno raggiunto l’accordo, fanno saltare i conti dello Stato dilatando di oltre 100 miliardi la spesa pubblica; poi più che una contrattazione con l’Unione Europea su alcuni punti (patto di Dublino, fiscal compact) si punta a una revisione globale dei trattati: si tratta di un obiettivo impossibile (occorrerebbe il consenso di tutti i paesi Ue) che se preso sul serio vorrebbe dire uscita dall’Europa.

Ciò detto, e non è poco, c’è poi sul tavolo un delicatissimo problema politico-istituzionale. Il grottesco ha conquistato pienamente la scena quando Matteo Salvini ha proclamato: “Noi non stiamo discutendo dei sottosegretari, stiamo discutendo delle questioni di merito che riguardano la vita degli italiani”. A Salvini dovrebbe allungarsi il naso come capitò a Pinocchio quando diceva bugie.

No, i dirigenti del M5S e della Lega non stanno discutendo dei sottosegretari o solo questioni di merito, ma di un problema che dovrebbe essere fondativo di ogni governo degno di questo nome, cioè del presidente del Consiglio.

La questione, lo diciamo senza intenzioni polemiche, investe anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Infatti sia dal punto di vista istituzionale, sia dal punto di vista politico la formazione di un governo comincia dalla testa (“Il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri”, come recita l’articolo 92 della Costituzione), cioè dal presidente del Consiglio che ne è la figura dominante in quanto riassume in sé il contenuto politico e programmatico dell’operazione, il senso di fondo di un governo che avendo una maggioranza parlamentare, partendo dal premier poi affronta i punti programmatici e le indicazioni dei ministri: programma e ministri vanno sottoposti al giudizio del presidente della Repubblica (anche in Germania il contratto di governo è stato predisposto ben sapendo preventivamente che il cancelliere sarebbe stata Angela Merkel).

Ma a monte di tutto è il presidente della Repubblica a dare l’incarico al presidente del Consiglio sulla base della consultazione di tutti i gruppi parlamentari e dell’accertamento dell’esistenza di una maggioranza parlamentare che alla fine del percorso viene verificata nel voto della Camera e del Senato.

Ora, tutto ciò è stato del tutto rovesciato e solo al termine di un percorso ancora non compiuto per ciò che riguarda contenuti e proposta di ministri i due consoli, con la lampada di aladino, sono alla ricerca di colui, il presidente del Consiglio, che invece dovrebbe essere già stato il protagonista di tutto il processo politico che porta alla formazione del governo.

Tutto ciò avviene per dei problemi di sostanza che però diventano anche di forma con ricadute istituzionali assai rilevanti. Gli autentici leader della maggioranza sono due e non uno e non essendosi accordati sull’attribuzione del ruolo di presidente del Consiglio a uno di essi hanno rovesciato tutte le procedure politiche-istituzionali per cui adesso sono alla ricerca di un terzo del tutto estraneo ai due partiti, una specie di consulente o di prestanome o a essere un po’ malevoli di un’autentica foglia di fico o di una testa di legno che non esprime affatto la leadership del governo e della sua maggioranza: una specie di Arlecchino servitore di due padroni.

Insomma ci troviamo di fronte a una situazione che rovescia i meccanismi non solo formali ma sostanziali previsti dalla Costituzione e dalla stessa logica politica che fonda il governo sulla figura del presidente del Consiglio.

Infatti, in base all’articolo 95 della Costituzione “Il presidente del Consiglio dirige la politica generale del governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico e amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri”, quindi tutt’altro che un semplice “esecutore” della volontà dei due leader della maggioranza, come pretenderebbe Di Maio.

Un simile vulnus alle normali procedure istituzionali e politiche francamente è inaccettabile da entrambi i punti di vista. Il prodotto che sta venendo fuori è un mostriciattolo, un governo Frankenstein: per la prima volta nella storia della Repubblica (in questo ha ragione Di Maio quando afferma che egli e Salvini stanno scrivendo la storia) come in un film di Vittorio De Sica si cerca di trovare un presidente del Consiglio preso dalla strada.

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