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Luigi Bisignani a IL TEMPO: Un Colle con troppi dilettanti Aridatece Gifuni e Maccanico

La Terza Repubblica non è nata e il Quirinale ne esce ammaccato. È il risultato di questa interminabile crisi iniziata quando il giovane candidato premier, Giggino Di Maio, si era presentato dal suo amico Segretario Generale del Quirinale, Ugo Zampetti, con una improbabile lista di aspiranti ministri. Da quel momento i costituzionalisti hanno alzato le antenne perché qualcosa non sembrava funzionare. E il ricordo è andato agli anni passati, quando al Colle, accanto ai Presidenti della Repubblica c’erano uomini del calibro di Antonio Maccanico, Gaetano Gifuni e Donato Marra. Ben altri uomini, ben altra caratura. Come dicono a Roma, ardidatece Gifuni. O Maccanico, che tanto per dirne una, spesso andava a piedi da solo nel centro storico di Roma da chi doveva ricevere l’input, il consiglio o la dissuasione giusta. Questi uomini avrebbero accettato di farsi recapitare una lista di ministri in piena campagna elettorale? Ne dubitiamo, anzi ne siamo sicuri. C’è da aggiungere anche un’altra considerazione e, sebbene siamo in tempi di twitter, occorre dirlo senza troppi fronzoli e con grande onestà intellettuale, il Quirinale ha sempre usato una moral suasion nella scelta dei ministri ma ciò avveniva nella discrezione piu assoluta. Un riserbo dettato dalla ragion di Stato, dalla tattica politica, dall’obiettivo di portare sempre a casa il risultato voluto. Le indicazioni che Maccanico dava a un personaggio come Giulio Andreotti quando stava per salire in auto con la lista dei ministri erano sussurrate. Così come faceva Gaetano Gifuni, artefice di quella che veniva scherzosamente definita come «la parolina», che spesso non era altro che la volontà del Presidente della Repubblica, e cosi si facevano e disfacevano tante carriere politiche. La tanto vituperata Prima Repubblica, e in parte anche la Seconda, da questo punto di vista aveva tanto da insegnare. Oggi, in tempi così urlati, anche il Quirinale è rimasto frenato, disorientato, al dunque impantanato e chissà se il jolly di Cottarelli lo aiuterà ad uscirne. L’ultimo paradosso, che però il Colle doveva mettere in conto : l’unico che dal Quirinale non era amato, Matteo Salvini, esce come il vincitore indiscusso e forse davvero come il nuovo vero leader del centrodestra. Non ha sbagliato mosse, anche perché ha rinunciato a tutto, dalla premiership alla presidenza della Camera, e mai ha dato l’idea di correre da solo contro il centrodestra. Lui è comunque titolare di due forni, anche quello con Di Maio.

Luigi Bisignani

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