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Trump apre a Putin sulla Crimea Se l’America riconosce l’annessione a Mosca, il 16 luglio termina la guerra fredda – di GIOVANNI MASOTTI

Il dialogo fra Stati Uniti e Russia – Trump apre a Putin sulla Crimea Se l’America riconosce l’annessione a Mosca, il 16 luglio termina la guerra fredda

di GIOVANNI MASOTTI

Odiato e dipinto come un irresponsabile cattivone dalla stampa radical-chic del mondointero (mesi fal’inconsolabile Repubblica, orfana di Obama, arrivò ad annoverarlo tra i dittatori del pianeta), «The Donald» se ne frega e va diritto perla sua strada. Discutibile quanto si vuole, ma innegabilmente originale e ricca di capovolgimenti più o meno inattesi. Oltre che, guarda caso, sempre più distinta e distante dalla stantia politica estera europea (ammesso che ne esista una), nei cui confronti l’ insofferenza del chiacchierato inquilino della Casa Bianca è ormai accertata e dichiarata. L’ultima cannonata del tycoon-presidente «a stelle e strisce» suona, ancora una volta, come una sconfessione – indiretta solo per i gonzi – della linea del coltello tra i denti contro Mosca confermata al vertice-farsa di Bruxelles, che ha ritenuto di reiterare – senza nemmeno discuterne, bazzecole – le sanzioni anti-Cremlino. Provocate, com’è arcinoto, dalla pretesa invasione della Crimea e dalla rivolta (poi guerra) inscenata in Ucraina dell’Est – o Donbass -dai«ribelli» dilinguaed etnia russa di Donetsk e Lugansk, tartassati dal governo «amerikano» di Kiev. LA SVOLTA DI DONALD Che cosa ha combinato, stavolta, il comandante supremo? Preparandosi a fare scintille (forse a stupire)in occasione del prossimo faccia afaccia – tra quindici giorni – con il «simpatico nemico» Vladimir Putin, l’imprevedibile Donald ha sì sottolineato (gli toccava) la sua intenzione di chiarire una volta per tutte il pasticcio del «Russiagate» nel voto Usa (impatto sull’opinione pubblica ormai allumicino),ma soprattutto ha risposto con un sibillino – potenzialmente eloquente – «vedremo» alla domanda sulla possibilità che Washington riconosca l’annessione russa della penisola crimeana, «sfortunatamente» favorita – ha aggiunto velenoso – dall’inerzia di Barackil democratico. Poco per preconizzare una clamorosa svolta, che isolerebbe la dormiente Ue, impegnatissima – peraltro – a gettare addosso all’Italia la croce dell’emergenza-migranti? Certo, non abbastanza ancora… Ma attenzione: tutt’altro che «poco».Visto che – quasi nessuno, ovviamente, lo ha riportato – nel recente G7 canadese, «The Donald» avrebbe commentato informalmente sulla Crimea: «Ma non sono tutti russi, laggiù?». E qui, se non vi scoccia, subentra l’umile sottoscritto. La mia esperienza diretta a Sinferopoli, Sebastopoli, Jalta e dintorni… Marzo 2014, il referendum popolare – oggetto delle ire di Kiev – sul ritorno della Crimea nella madrepatria dopo sessant’anni di appartenenza non voluta all’Ucraina. Un colpo di genio del famoso «scarparo» (ricordate, all’Onu, come le lanciò?) Nikita Kruscev, che nel ’54 donò graziosamente la ridente penisoletta ai dirimpettaiin cambio – maliziosa, ma realistica, congettura – di un diritto di primazia sul prezioso e abbondante grano (e gas e petrolio) ucraino. Un ottimo affare per i sovietici e i loro satelliti di Kiev, una brutta pagina per i locali. Mai digerita. Tanto che,quando dalla sede di Mosca riuscii a recarmi per il rotto della cuffia in Crimea (a forza di litigare con la sinistra, sinistrorsa e «politically correct» Rai di Gubitosi e Orfeo, che non ne voleva sapere né del «diavolo» Putin, né della pulce Masotti), trovai uno spettacolo che non avrei mai dovuto mettere in scena, colpevole – e poco dopo epurato, un’altra volta, da viale Mazzini – di avere invece raccontato ciò che avevo visto e toccato con mano. E che non mi aspettavo in quella misura,dato chela parola d’ordine era «dare giù allo zar». Ma il diritto-dovere a informare onestamente mi indusse a descrivere una situazione che – con una pretesa «conquista armata» da parte dei cosacchi – aveva poco da spartire.Mi ero accorto dell’eccitato clima di attesa nei giorni immediatamente precedenti il referendum, mai internazionalmente legittimato. UNA FESTA DI POPOLO Ma la notte del plebiscitario risultato pro-Russia (96% di sì all’agognata «reunion») l’emozione fu forte. Il tripudio di popolo era al diapason. Totale e spontaneo. Canti e balli. Gioia vera. Bevute gratis. Caroselli d’auto e moto. Giovani e vecchi. Donne e uomini. Protagonisti l’inno e il tricolore russi, suonato e intonato l’uno, sventolato e issato l’altro, nella capitale Sinferopoli, paesone raffazzonato, lontano dagli itinerari turistici, 350mila anime a festeggiare. Certe di aver guadagnato il riscatto da quella che avevano considerato alla stregua di una delle tante dominazioni straniere succedutesi nella penisola contesa. Putin non la molla, Kiev la rivendica, Trump riflette. Settanta per cento russi, 15-20 per cento ucraini,il resto tatari (o tartari),anche una comunità italiana. Ma la Crimea – ne sono stato testimone – è Russia. E dov’è l’abuso da espiare?

LIBERO_01_07_2018

 

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